2C – Wolf Ferrari

IL TONDOQUADRO
“quadrare il cerchio”

“Gli abitanti di un villaggio si riunirono un giorno intorno al tondo-quadro delle grandi occasioni. Per prima cosa resero quel posto un posto speciale per loro, e si dissero cosa sembrava: un ragno, le toppe di arlecchino, una ragnatela, una porta da calcio, un pallone, un bel niente, una stella, una palla da basket, una rete da pesca, un retino, un canestro, un pasticcio, una racchetta da tennis, un cestino della merenda, un’amaca, un sedere con molti buchi.
Fecero una danza per prepararsi a compiere una missione importante, chiedendo il coraggio della Terra, del Fuoco, dell’Acqua e del Vento. Un lungo suono li accompagnò per ricordare loro che avevano il potere di ascoltare fino in fondo ogni cosa. Attraversarono il paese dei tondi: tutto lì era morbido, si muoveva lento, vicino alla terra.”
“Attraversarono il paese dei quadrati: tutto lì era duro, si muoveva più veloce rispetto al mondo tondo, vicino al cielo.
Attraversarono il confine più di una volta, giocando a trasformare il proprio modo di muoversi.
Quando calò la notte ognuno si fermò in una forma, scelse un posto dove stare e dei compagni di sosta.
Stranamente quella notte fecero tutti lo stesso sogno: diventarono dei giganti e si poterono vedere dall’alto e si accorsero di essere collegati.
Al mattino si svegliarono e se lo raccontarono con un dipinto, anzi con tre dipinti.
Si divisero in tre gruppetti per poter comunicare meglio, e se ne videro di cotte e di crude: per qualcuno fu bello, per altri bello e difficile, per altri talmente difficile da sembrare brutto. Ma infine, spiegandosi e raccontandosi cosa era successo più e più volte, furono d’accordo che i dipinti avevano molto da dire.
Il primo sembrava un labirinto: c’era del giallo solo in un angolino, c’era un tunnel sotterraneo, dove erano caduti dei tornado. C’erano dei giganti impantanati nelle chiazze d’olio e delle molle che permettevano di saltare fuori dal labirinto. C’era un meteorite blu che stava cadendo; c’era l’ombra dei giganti che calpestavano tutto, c’era della lava rossa e dell’acqua blu. Era un labirinto che, ad avvicinarsi, diventava più bello e, in alcuni punti, diventava nero.
Nel secondo c’erano i colori più belli del mondo, un grande giardino, una città colorata, che si potrebbe chiamare “Città Arcobaleno”. C’era un piccolo mondo con tante casette, un ruscello con dei fuochi d’artificio in cielo, delle strade piene di colori. Così ai creatori venne in mente che si poteva intitolare: “le strade senza fine”; oppure “i colori delle strade magiche”, oppure ancora “I colori dell’amicizia”.
Nel terzo c’era il cielo, un mare collegato ad un fiume lunghissimo e un labirinto interrotto ad un certo punto da un laghetto. I creatori di questo sogno lasciarono spazio per chi non si era svegliato ancora, perché potesse lasciare anche lui un segno. Si dissero poi che potevano intitolare il loro sogno “l’incrocio delle strade”, oppure “ i colori e le casette nelle strade”.
Dopo tutte queste parole, decisero di fermarsi ancora un po’ e di trascorrere il tempo prima che calasse la notte, a precisare la forma del loro sogno. Che faccia avevano da giganti? Che corpo? Come fare a scoprirlo? Chiesero aiuto a due vecchie signore, che conoscevano molto bene il luogo in cui si trovavano, e sapevano dove trovare la forma degli occhi, del naso e della bocca per costruire ciascuno il loro volto. Una volta creato il viso, lo stesero a prendere un po’ di vento sul filo dei panni.
Da lì fu poi tutto più facile. Mentre il sole calava le loro ombre si allungavano, e…..sembravano davvero dei giganti! Giocarono a lungo con la luce e il movimento, raccogliendo idee su come creare anche il corpo del loro gigante. Si immedesimarono a tal punto che quando si girarono, si accorsero che il tondo-quadro delle grandi occasioni, era diventato piccolo così. Ci misero un po’ a capire cosa fosse successo, ma infine fu chiaro che, quando si cambia distanza dalle cose, sembra che queste cambino misura: più si è vicini più sembrano grandi, più si è lontani più sembrano piccole, come quando si è sull’aereo, o si vola.
Ci vollero altre notti perché sognassero e conoscessero i giganti sempre meglio. Un giorno fu finalmente possibile anche scriverne qualche parola: il loro nome, il luogo dove abitavano, cosa mangiavano e una loro particolarità. Ora ne sapevano abbastanza da raccogliersi nuovamente intorno al tondo-quadro e passare la giornata presentandoseli l’un l’altro e ridendo a crepapelle.
Dopo tutte queste risate si chiesero: “ma come ci siamo ritrovati così giganti?”
Abbiamo mangiato troppo! E’ il mondo che è diventato piccolo! Ma no! L’abbiamo solo sognato!
Appesero al filo dei panni i giganti tutti interi, che sventolassero finché non ci fosse stato qualche altro messaggio importante da dare, o una nuova giornata per ridere a crepapelle…ora era il momento delle cose serie! Ciascuno doveva ricordarsi molto bene della sua dimensione reale: decisero che per tornare reali bisognava sognare di nuovo la storia tutta al contrario. Si sdraiarono e si concentrarono tutti insieme. Ecco fatto.
Che viaggio! Bisognava trovare un modo per non dimenticarselo. Ciascuno prese nota del momento più importante, e cucirono insieme tutte le pagine. Questo era il diario racconto dei viaggiatori del tondo quadro e delle loro scoperte. Avrebbero potuto rileggerlo ogni volta che avessero voluto e, chissà, un giorno, proseguirlo.

 

Laboratorio realizzato da Silvia Rusignuolo e Barbara Colangelo

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