2D – Wolf Ferrari

LE PORTE DEL MONDO

“passaggi fra i tre mondi”

Nel paese delle porte da qualche tempo c’era scompiglio. Gli abitanti decisero di radunarsi per capire cosa stava succedendo. Per prima cosa crearono un cerchio tutt’intorno a loro per segnare un confine e lungo questo confine si sedettero e si poterono guardare negli occhi.

Al centro del cerchio comparve una campana, incuriositi si avvicinarono. All’interno scoprirono un’incisione: uno strano volto con due occhi e un orecchio al posto del naso. La campana iniziò a suonare e magicamente il silenzio calò.

Si alzarono e percorsero danzando il confine di uno spazio speciale. A ciascuno ricordava qualcosa di diverso: un quadrato, un cerchio, una palla, delle righe, un rombo, dei cerchietti di soia, una forma geometrica, dei piccolissimi cerchi, un cappello, un hoola hop, dei guanti, un rotolo, un orologio, un cuore, un cilindro, un tappeto, la maestra Daniela, la pancia della mamma, il sole, una luna, una stella, una bolla, un mondo.

 In quello spazio tornarono tante volte e amavano stare accoccolati a terra. Ogni giorno cercarono modi diversi per entrare nel cerchio, posti diversi per accoccolarsi e vie diverse per alzarsi dalla terra verso il cielo.

C’erano giorni in cui germogliavano lentamente ciascuno nel suo semino, altri in cui sembravano una foresta, altri ancora un campo di fiori. Qualcuno scoprì che preferiva stare ben piantato con i piedi a terra, mentre gli altri salivano lentamente.

Sembrava che stessero in un luogo protetto e delicato. Qualcuno disse anche con le parole cosa gli sembrava quel mondo: l’Africa, una serra, una corte, un orto, una giungla, una pista da pattinaggio, una savana, il cielo, un prato, una sala da bowling, l’era giurassica e così via.

Lungo il confine nel frattempo, ciascuno costruiva la sua porta perché sapeva che prima o poi sarebbe venuto il tempo di curiosare anche fuori di li.

Erano porte coloratissime e tutte diverse le une dalle altre.

Un giorno, dopo tanti tentativi, provarono a stare ancora più vicini per risalire insieme. Fu proprio quel giorno che si accorsero che, oltre al confine che avevano tracciato insieme tanto tempo prima, ciascuno aveva anche il proprio, come se stesse dentro ad una bolla: le bolle erano tutte di materiali differenti (per esempio di sapone, di sabbia, di piombo, di acciaio, di cristallo, di piuma…). Per ogni porta esisteva un mondo interno differente: Ciascuno si fermò a pensare e a scrivere del proprio mondo.

 Fu un giorno di tante parole, dubbi e domande:

Dopo la fata c’è la virgola?

Non so più cosa pensare, forse ho finito.

Ho sbagliato delle cose, delle lettere straniere le ho sbagliate.

Non so più cosa dire! Ma oltre ai leoni c’è qualcos’altro in questa savana? Sì, ma non mi ricordo cosa!

Non so se quello che ho scritto ha senso.

Non ho più niente da scrivere! Ma cosa c’era dentro alle mura? Eh, il paese! E com’erano fatte le mura? Eh, di mattoni, e poi c’era una porta, con sopra una sentinella che non faceva entrare i nemici.

Gli abitanti, dopo tutte queste esplorazioni nel mondo di dentro, erano molto desiderosi di aprire la loro porta e oltrepassare la soglia. Ma cosa avrebbero trovato aldilà? Nessuno ancora lo sapeva. Fu così che decisero di aprire un piccolo spioncino, chiamato occhiolino, dal quale sbirciare. Alcuni videro una realtà più grande, altri più piccola, qualcuno scoprì che si poteva cambiare punto di osservazione e ad uno sembrò di aver visto il fuoco.

Per non dimenticarsi di ciò che avevano visto fuori, presero colla, forbici, stoffe, carte di ogni foggia e ne costruirono un’immagine. Si fermarono poi a guardarla e trovarono un titolo.

Ora che avevano un’idea di cosa avrebbero trovato all’esterno, erano quasi pronti ad aprire la porta ma….. mancava ancora un dettaglio importante. Ci voleva un posto sicuro dove custodire i propri tesori più preziosi, che potessero essere visti solo da persone speciali e scelte: la porta segreta. Spinti dall’irrefrenabile voglia di uscire, ciascuno si mise di buona lena a confezionare la propria porticina segreta: c’erano porte alte e cilindriche, porte tonde e basse, ricoperte di stoffa, di carta, trasparenti; porte segrete blindate, porte  apribili dall’alto in basso, con cordoncini di sicurezza, chiuse ma…con un buco segreto per poter vedere…c’era persino una porta segreta che si era travestita da centrale del latte per non dare nell’occhio.

Ora tutto era davvero pronto. Mancava che si preparassero proprio loro: fecero quello che si chiama “un rito” per prepararsi ad attraversare la soglia, e per accertarsi che, una volta usciti, sarebbero anche potuti tornare indietro ogni volta che avessero voluto. Fare un rito vuol dire fare finta che una cosa accada, come se fosse un gioco, o uno spettacolo teatrale, ma moolto serio. Così ciascuno attraversò per gioco la sua soglia più volte, avanti e indietro.

Ora tutto e tutti erano pronti davvero. Così chiesero l’aiuto di due vecchie abitanti del luogo, esperte di tagli, che con l’attrezzo speciale aprirono la prima fessura…e poi fecero da sé.

Non fu facile aprire le porte, o meglio fu facile, ma poi ci volle del tempo, come quando si era fatto il rito. Ci volle anche l’attenzione delle due vecchie abitanti dedicata a ciascuno, uno alla volta,  per imparare a passare di qui e di lì con facilità. Sul lato esterno della porta ciascuno posizionò la sua mano, per indicare a chi fosse voluto entrare, dove poteva appoggiarsi con delicatezza per entrare.

Tornando di nuovo al luogo dove tutto era cominciato, poterono mettere un po’ d’ordine nelle parole da dire sul mondo dentro e un pò anche nello scompiglio da cui il viaggio aveva avuto inizio.

 

Laboratorio realizzato da Silvia Rusignuolo e Barbara Colangelo

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